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[I]
Delli muscoli che movan la lingua.
Nessuno membro ha bisogno di tanto numero di muscoli quanto la lingua, delli quali ce n'è ventiquattro noti, sanza li altri che io ho trovati. E di tutti li membri che si mova per moto volontario, questa eccede tutti li altri numero delli movimenti.
E se tu volessi dire ch'è l'uffizio dell'occhio, il quale è di ricivere tutte le spezie delle infinite figure e colore delli obbietti a lui antiposti; e l'odorato, nella infinita mistione delli odori; e l'orecchio, de' soni; noi direno che la lingua sente ancora lei l'infiniti sapori semplici e composto. Ma questo non è proposito nostro, facendo noi professione di trattare solamente, di trattare del moto locale di ciascun membro.
[II]
Considera bene come, mediante il moto della lingua, coll'aiuto delli labbri e denti, la pronunziazione di tutti i nomi delle cose ci son note, e li vocaboli semplici e composti d'un linguaggio pervengano alli nostri orecchi mediante tale istrumento. Li quali, se tutti li effetti di natura avessino nome, s'astenderebbono inverso lo infinito, insieme colle infinite cose che sono in atto e che sono in potenzia di natura. E queste non isplemerebbe in un solo linguaggio, anzi, i'moltissimi, li quali ancora lor s'astendano inverso lo infinito, perché al continuo si variano di secolo in seculo e di paese in paese, mediante le mistion de' popoli che, per guerre o altri accidenti, al continuo si mistano. E li medesimi linguaggi son sottoposti alla obblivione, e son mortali come l'altre cose create. E, se noi concedereno il nosto mondo essere eterno, noi diren tali linguaggi essere stati e ancora dovere essere d'infinita varietà mediante l'infiniti secoli che nello infinito tempo si contengano, ecc.
[III]
E questo non è in alcuno altro senso, perché sol s'astendano nelle cose che al continuo produce la natura, la qual non varia le ordinarie spezie delle cose da lei create, come si variano di tempo in tempo le cose create dall'omo, massimo strumento di natura. Perché la natura sol s'astende alla produzion de' semplici, ma l'omo con tali semplici, produce infiniti composti ma non ha potestà di creare nessun semplice se non un altro di se medesimo, cioè la sua figlioli. E di questo mi saran testimoni li vecchi archimisti, li quali mai, o a caso o con volontaria sperienza, s'abbattero a creare la minima cosa che crear si possa da essa natura. E questa tal generazione merita infine lalde mediante la utilità dele cose da lor trovate a utilità delli omini; e più ne meritebbono se non fussino stati inventori de cose nocive, come veneni e altri simile ruine di vita o di mente, della quale lor non sono esenti. Con ciò sia che con grande studio e esercitazione volendo creare non la men nobile produzion di natura, ma la più eccellente, cioè l'oro, vero figliol de' sole, perché più ch'a altra creatura a lui s'assomiglia e nessuna cosa creata è più eterna...
[IV]
[segue quel che manca di sotto]
d'esso oro. Questo è esente dalla destruzion del foco, la quale s'astende in tutte l'altre cose create, quelle riducendo in cenere o in vetro o in fumo. E, se pur la stolta avarizia in tale errore t'invia, perché non vai alle miniere dove la natura genera tale oro e quivi ti fa suo discepolo, la qual fedelmente ti guarirà della tua stoltizia mostrandoti come nessuna cosa da te operata nel foco non sarà nessuna di quelle che natura adopri al generare esso oro. Quivi non argento vivo, quivi non zolfo di nessuna sorte, quivi no' foco né altro caldo che quel di natura, vivificatrice del nostro mondo, la qual ti mosterrà la ramificazione dell'oro sparse per il lapis, ovvero azzurro oltramarino, il quale è colore esente dalla potestà del foco. E considera bene tale ramificazione dell'oro e vederai nelli sua stremi, li quali, co' lento moto, al continuo crescano e convrtano in oro quel che tocca essi stremi. E nota che quivi v'è un'anima vigitativa la qua non è in tua potestà di generare. Volta carta e leggi.